Fazio? Ma sarebbe da radiare l’ordine dei giornalisti

Fabio Fazio durante la trasmissione televisiva 'Che tempo che fa'. Milano, 17 Maggio 2015. ANSA/FLAVIO LO SCALZO

La notizia del giorno che anima il web e stampa – prevalentemente quella di scarsa attendibilità e valore – è quella che vede come protagonista il presentatore RAI Fabio Fazio oggetto di una polemica riguardante la nuova pubblicità della TIM in cui il noto presentatore presta il volto come testimonial. Essendo un giornalista Fazio non potrebbe prestare il suo volto per campagne pubblicitarie, quindi si configurerebbe di fatto una violazione delle regole deontologiche previste dall’ordine dei giornalisti. 

Alcuni giornali (esempio Libero) più che alla questione delle regole sono più interessati a parlare dei guadagni percepiti, altri (siti spazzatura che non citiamo nemmeno) invece imputano incomprensibilmente appartenenze politiche Titolando “il comunista Fazio radiato dall’albo”. Alcuni arrivano addirittura a dire che non potrà fare più interviste.  Onde evitare di esprimere (pre)giudizi o riportare i fatti in maniera distorta e strumentale  pubblichiamo di seguito la nota congiunta di Fazio e del Consiglio Regionale della Liguria dell’Ordine dei Giornalisti:

– Fabio Fazio non è un giornalista professionista (con RAI – Radio Televisione Italiana ha un contratto come conduttore televisivo). Egli è tuttavia iscritto all’albo nell’elenco dei pubblicisti.

– Il 26 novembre scorso, Fabio Fazio ha scritto al Consiglio Regionale della Liguria una lettera nella quale informava di accingersi a prestare il suo nome, la sua voce e la sua immagine per una campagna pubblicitaria istituzionale promossa da Telecom Italia sui vantaggi delle nuove tecnologie e delle nuove forme di telecomunicazione. Nella stessa lettera chiedeva al Consiglio di valutare se tale attività fosse in contrasto con la sua attività di conduttore televisivo e non di giornalista professionista e di provvedere alla sua immediata cancellazione dall’elenco dei pubblicisti nel caso in cui la risposta fosse stata negativa.

– Il Presidente del Consiglio Regionale della Liguria ha risposto con lettera in data 2 dicembre 2015 ringraziando Fazio per la sensibilità e serietà testimoniata dalla richiesta di chiarimento, indicando le norme deontologiche relative al caso di specie e precisando che il Consiglio dell’Ordine non è competente a rispondere al quesito (essendo invece solo il Collegio territoriale di Disciplina competente a valutare la conformità dei comportamenti degli iscritti alla Carta dei Doveri del Giornalista).

– Fazio ha quindi inviato la stessa richiesta di chiarimento al Collegio Territoriale di Disciplina con lettera del 15 dicembre 2015.

– Poiché il Collegio Territoriale di Disciplina, non è un organo consultivo, non ha potuto rispondere al quesito posto preventivamente, senza che fosse formalizzato un procedimento disciplinare.

– In ragione di quanto sopra Fabio Fazio ha confermato la propria volontà di essere cancellato dall’elenco dei pubblicisti inviando una nuova formale richiesta al Consiglio Regionale della Liguria.

Detto questo approfittiamo della polemica per introdurre anche noi con tono polemico l’eterna questione degli inutile e assurdo ordine dei giornalisti – anomalia Italiana più unica che rara nel mondo -. Nei paesi normali – come direbbe il giornalista Travaglio –  fare i giornalisti è strettamente legato alla libertà di espressione, di opinione  e critica. In quasi nessun paese al mondo esercitare la professione di giornalista richiede riconoscimenti o iscrizioni ad assurdi albi professionali che dovrebbero essere garanti di  qualità e professionalità. Se ci dessero 1 centesimo per ogni balla, mistificazione, manipolazione, propaganda, illazione, diffamazione commessa dai giornalisti abilitati saremmo più ricchi di Jeff Bezos  di Amazon. In Italia si rischia addirittura il carcere se si esercita abusivamente la professione di giornalista. La legge Italiana che norma tale professione risale addirittura al ventennio fascista Mussoliniano; periodo in cui diritti e la libertà di espressione venivano garantiti con le bastonate e il carcere (nella migliore delle ipotesi.

L’ordine dei giornalisti è a tutti gli effetti un corporazione e in quanto tale tende a fare i propri interessi e a difendere i propri tesserati (in quanto paganti). Non si tratta di un semplice sindacato ma di una vera e propria lobby. Naturalmente i vantaggi, i soldi e il “potere” non vengo condivisi in modo equo. Le nuove generazioni di giornalisti spesso che vengono sfruttate e malpagate, tanto che in molti preferiscono buttarsi nel mondo del web (l’unica piazza realmente libera ancora in circolazione) L’ordine si è spesso distinto in persecuzioni legali pretestuose come quando denunciò la conduttrice Barbara D’Urso (rea di fare interviste) o quando ebbe persino il coraggio di denunciare Pino Maniaci, bravissimo giornalista antimafia, che venne denunciato per esercizio abusivo della professione giornalistica perché conduceva il telegiornale dell’emittente Telejato e faceva inchieste sulla mafia senza avere i titoli per farlo. Fortunatamente Maniaci fu assolto, dopo anni di calvario giudiziario. Assolto perché il fatto non sussiste. Assolto grazie a un giudice raziocinante. Naturalmente l’ordine ha ignorato molti altri “abusivi” come ad esempio Paola Perego, concorrente proprio della D’Urso sul primo canale Rai con Domenica In;  Eleonora Daniele, conduttrice sempre sull’ammiraglia pubblica di Storie vere che tutte le mattine indaga tra cronaca nera e delitti di famiglia; Fabio Volo che firma reportage dall’Italia e dall’Europa per conto del pubblicista Fabio Fazio; Barbara De Rossi in Amore criminale che forse si è salvata solo perché denuncia casi di femminicidio.

Strano che l’ordine non espelli esempio giornalisti come quello che ha fabbricato l’intercettazione di Tutino/Crocetta. Quelli che si appropriano, a fronte di compensi o altro vantaggio/utilità,  di documenti coperti dal segreto al solo fine di screditare e delegittimare il personaggio o politico dello schieramento avverso al giornale su cui scrivono. Quelli come Sallusti, Travaglio Feltri e tanti altri su cui pendono condanne definitive che hanno pubblicato notizie false e/o diffamatorie. Sono tanti gli esempi che si potrebbero fare e le argomentazioni da addurre per dimostrare che l’ordine dei giornalisti e le leggi che limitano l’esercizio della libertà di informazione e espressione sono inutili se non persino incostituzionali. A cercare di cambiare/cancellare leggi e norme ci hanno provato in molti nel corso degli anni ma hanno drammaticamente fallito tutti. L’ultima realtà politica che si è interessata alla questione è stato il movimento 5 stelle ma data la sua natura esclusivamente propagandistica e prevalentemente populista non è riuscito nemmeno a portare la sua proposta in parlamento Per ulteriori inforamzioni segnaliamo l’ottimo resoconto realizzato dal sito L’inkista.  A supporto della nostra tesi in vece di esercitarci nelle solite speculazione intellettuali ci limitiamo a pubblicare leggi e norme di alcuni dei paesi definibili “normali” del mondo:

STATI UNITI

Tessere aziendali e… shield laws. Non c’ è una Carta professionale ufficiale. La maggior parte dei giornalisti hanno una tessera fornita dai propri datori di lavoro. La Society of Professional Journalists, un’ organizzazione professionale fondata nel 1909, che conta oltre 10.000 associati e si pone l’ obbiettivo di incoraggiare la libertà di stampa e promuovere fra i giornalisti un comportamento aderente ai principi deontologici, propone un Codice etico ma non rilascia tessere professionali. Il primo emendamento alla Costituzione americana (Il Congresso non promulgherà leggi per il riconoscimento ufficiale di una religione, o che ne proibiscano la libera professione, o che limitino la libertà di parola, o di stampa; o il diritto delle persone di riunirsi pacificamente in assemblea, e di fare petizioni al governo per riparazione di torti), garantisce la libertà di stampa. Ma sul piano del riconoscimento dello status non è così semplice. Non c’è una definizione legale di giornalista negli Stati Uniti e bisogna quindi rifarsi alle leggi adottate singolarmente dai vari Stati sulle protezioni delle fonti (shield laws) per avere un’idea. Fino all’agosto del 2010, 39 stati oltre al Distretto di Columbia – avevano delle shield laws, o per lo meno riconoscevano ai giornalisti dei ‘’privilegi’’ in materia. In virtù di quelle leggi, il giornalista non può essere costretto a comparire o a testimoniare in relazione alle informazioni contenute in una notizia o a divulgare le proprie fonti. Per stabilire chi rientri sotto la copertura della legge ogni Stato apporta la sua definizione di giornalista. La Commissione giustizia del Senato, incaricata di esaminare ogni emendamento alla Costituzione, aveva votato nel dicembre 2009 a favore del Free Flow of Information Act, un progetto di shield law federale che però è ancora sospeso alla Camera dei rappresentanti.

FRANCIA

L’art. 762-1 del codice del lavoro dà la definizione legale del giornalista.

“Giornalista è colui che ha per professione principale, abituale e retribuita, l’esercizio della sua professione in una o più pubblicazioni, quotidiane e periodiche o in una o più agenzie di stampa e da cui ricava la sua entrata principale”. Sono assimilati ai giornalisti professionisti i seguenti diretticollaboratori della redazione (traduttori, stenografi, revisori, disegnatori e fotografici). Sono esclusi gli agenti di pubblicità e tutti coloro che, a qualunque titolo, diano solo una collaborazione occasionale.La definizione legale attuale di giornalista deriva dalla combinazione di due criteri, l’uno di fondo che prescrive che l’attività di giornalista sia la fonte della maggior parte delleentrate e costituisca l’occupazione principale, l’altro di forma e cioè l’ottenimento della tessera stampa.Esiste una procedura per ottenere la tessera stampa che deve essere deliberata e rilasciata da una Commissione paritaria cui il richiedente deve esibire la dichiarazione del direttore della pubblicazione (non del “redacteur en chef”) e le buste paga da cui risulta che è remunerato secondo i minimi nazionali. Ma in pratica la Commissione non fa altro che automaticamente confermare una decisione padronale.
In conclusione l’esercizio della professione giornalistica è libero.
L’iscrizione tra i giornalisti professionisti con il conseguente rilascio della tessera stampa e l’acquisizione dei relativi vantaggi(anche fiscali) è rimessa ad una commissione paritaria istituita per legge. L’iscrizione non è subordinata al possesso di un titolo di studio (anche se di fatto tutti i giornalisti ne sono in possesso).
È previsto un praticantato di due anni, un anno se si è provvisti di apposito titolo di studio. È protetto solo il titolo di giornalista professionista.

GERMANIA

L’esercizio della professione di giornalista e il titolo professionale non sono protetti dalla legge.
Chiunque può titolarsi giornalista e può svolgere attività giornalistica professionalmente.
Non è richiesto dalla legge alcun titolo di studio né generale né specifico.
Le assunzioni dei giornalisti sono lasciate ad libitum degli editori.Tutti i cittadini stranieri, appartenenti alla Unione europea o meno, purché esplichino attività redazionale per due anni, possono essere riconosciuti giornalisti professionisti ed iscritti al sindacato. I giornalisti esteri fanno parte della Stampa estera con sede centrale a Bonn.

GRAN BRETAGNA

Non è mai esistito in Gran Bretagna alcun organismo di natura pubblica che rappresentasse i giornalisti e non esiste tuttora. In passato i giornalisti erano iscritti tutti all’Istituto dei Giornalisti; dal 1907 la maggior parte è scritta all’Unione Nazionale dei Giornalisti (N.U.J.); di fatto oggi alla NUJ appartengono circa
33.000 giornalisti contro i 2.000 ancora iscritti all’Istituto. La sede centrale della NUJ è a Londra, vi sono poi altre cinque sezioni principali di cui una a Dublino e 166 rappresentanti sparsi per la Gran Bretagna, e di questi tre in Europa e precisamente a Parigi, Bruxelles e Ginevra. I tre rappresentanti in Europa sono stati ritenuti necessari in quanto nelle tre città citate, prestano attività professionale molti cittadini della Gran Bretagna e dell’Irlanda. L’unione Nazionale dei giornalisti ha naturalmente natura giuridica di diritto privato ed è retta da uno statuto approvato dai soci. Per essere iscritti all’Unione occorre di fatto solo la presentazione di due soci che garantiscano. A seguito della presentazione i giornalisti che prestano attività professionale come dipendenti, sono iscritti subito, mentre al free-lancer viene concessa una iscrizione provvisoria che diviene definitiva dopo tre anni di attività di giornalista indipendente. Stranamente possono essere iscritti anche gli editori. Gli iscritti all’Unione hanno diritto al rilascio di una tessera. Non occorre avere la cittadinanza britannica per essere iscritti. Hanno la stessa facoltà tutti gli stranieri anche al di fuori della Ue. In realtà in Gran Bretagna non vi è alcuna legge che protegge il titolo e l’attività di giornalista. L’iscrizione all’Unione e all’Istituto non è assolutamente necessaria per l’esercizio della professione o per titolarsi giornalisti. Esistono in Gran Bretagna università e corsi di giornalismo ma non hanno molto valore pratico poiché non sono propedeutici né all’iscrizione all’Unione, né necessari per l’esercizio della
professione.

GRECIA

Non esiste l’Ordine né alcuna Istituzione pubblica che regoli l’attività giornalistica.
Nessuna legge protegge il titolo di giornalista, o l’esercizio della professione.
Vi sono soltanto le associazioni dei giornalisti.
Quattro sono i sindacati rappresentativi dei giornalisti. La principale organizzazione sindacale è quella di Atene e precisamente “L’Unione dei giornalisti dei quotidiani di Atene”.
I requisiti per l’iscrizione dei giornalisti al sindacato sono:

  1. nazionalità greca;
  2. godimento dei diritti civili e non aver riportato condanne penali;
  3. età non inferiore a 21 anni e non superiore a 40 anni;
  4. titolo di studio minimo, licenza liceale o equivalente;
  5. praticantato di tre anni senza interruzione per i laureati
    (più un anno per divenire membro con tutti i diritti); praticantato di cinque anni (più un anno per divenire membro con tutti i diritti), per coloro che sono in possesso solo di licenza liceale o equipollente. L’aspirante professionista per essere iscritto al sindacato deve dimostrare l’esercizio della professione tramite le risultanze del bilancio dell’impresa attestante il pagamento del suo stipendio mensile, nonché il pagamento dei contributi previdenziali;
  6. superamento di un esame professionale al termine del praticantato (scritto e orale) da tenersi dinanzi ad una commissione del sindacato composta da 5 membri e presieduta dal Presidente del Consiglio sindacale.

IRLANDA

In Irlanda, come in Gran Bretagna, vi è un unico organismo che rappresenta i giornalisti ed è sempre il NUJ (Unione Nazionale dei Giornalisti).
La sede del NUJ irlandese è a Dublino che è appunto una delle cinque sezioni delle NUJ. Possono essere iscritti alla NUJ di Dublino e prestare attività
giornalistica come dipendenti i cittadini irlandesi, britannici e appartenenti alla Ue. I cittadini stranieri, extra Ue, possono liberamente lavorare in Irlanda come freelancers ma non come dipendenti, perché in tal caso devono avere il permesso del Ministerodel Lavoro. Prima di concedere tale permesso il ministero, di norma, chiede il parere alla NUJ, la quale però non ha mai posto ostacoli, oltre tutto perché gli stranieri da assumere sono già noti in quanto hanno iniziato già da tempo l’attività in Irlanda come freelancers.

OLANDA

Non vi è alcun organismo pubblico che rappresenti i giornalisti, né alcuna legge che protegga l’attività giornalistica o il titolo di giornalista. Chiunque può fregiarsi del titolo di giornalista e svolgere professionalmente l’attività di giornalista. Esiste solo un sindacato unico che comprende sia i giornalisti dipendenti che i free-lancers.
Non vi è praticamente distinzione fra i giornalisti dipendenti e free-lancers. L’iscrizione al sindacato è ovviamente libera.
Per i giornalisti dipendenti è sufficiente dimostrare la subordinazione tramite il contratto con l’editore per essere iscritti subito al sindacato senza bisogno di alcun periodo di praticantato. Tutto è rimesso alla volontà dell’editore che assume, o meno, chi vuole. Non essendo il titolo e la professione del giornalista protetti per legge, ne consegue che giuridicamente non vi è alcun bisogno di un giornalista per dirigere le pubblicazioni. L’Associazione, per lo meno per le pubblicazioni maggiori, riesce ad imporre il principio che esse siano dirette da un giornalista iscritto.

SPAGNA

Nessuno statuto. Anche il quadro spagnolo appare caratterizzato da un notevole liberismo e da un panorama frammentato. E’ considerato giornalista chiunque possegga una laurea in giornalismo. Negli ultimi anni, quella in giornalismo è sovente una seconda laurea, successiva ad una più tradizionale. Infatti il corso di “periodismo” è quasi sempre un biennio universitario che segue un triennio di preparazione in materie come la giurisprudenza, le scienze politiche, la comunicazione. Ma c’è anche il caso dell’Università Carlos III di Madrid che, come una novità, propone ai suoi iscritti un triennio in giurisprudenza o scienze politiche già specificamente orientati al successivo biennio in giornalismo, mirando con ciò a formare dei veri professionisti dell’informazione, un po’ alla maniera francese. Nel Paese catalano esiste un Colegio de Periodistes (Collegio dei giornalisti), che qualcuno indica come analogo al nostro Ordine, ma in realtà l’organismo è molto più vicino alla FAPE, un’organizzazione che si propone di fare da “madre” a tutte le associazioni e organizzazioni di giornalisti. Starci dentro o no è assolutamente irrilevante in termini strettamente lavorativi. In teoria dovrebbe fare da lobby, difendere i diritti dei giornalisti, etc. A livello nazionale la FAPE (Federación de Asociaciones de Periodistas de España) raccoglie ora 48 associazioni regionali e locali in rappresentanza di più di 21.000 giornalisti. Nonostante la mancanza di una norma specifica sullo status di giornalista, gli unici riferimenti giuridici sono l’articolo 20 della Costituzione spagnola del 1978 che sancisce il diritto fondamentale alla libertà di espressione e informazione di una legge del 1997 che prevede la clausola di coscienza e il principio del segreto professionale.

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