La ris(sup)posta di Scanzi a Luttazzi

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Come annunciato dal Fatto Quotidiano che ieri ha pubblicato la dura (ma sacrosanta ) risposta/critica di Luttazzi agli articoli e al modo di fare “giornalismo” di Scanzi, oggi è arrivata la replica – noi l’abbiamo scherzosamente definita supposta per il tono appunto supponente, e per la pretesa di essere un proiettile, che però finisce per essere solo una innocua  supposta – del sedicente giornalista della pravda grillina. Divertiamo ci un po’:

Luttazzi nella replica si guarda bene dal rispondere nel merito, preferendo dilungarsi sull’analisi logica del testo dell’estensore.

Ma come non risponde? Luttazzi risponde eccome sul tema della “scomparsa della satira”-  affermazione molto assimilabile a quelle tipiche dei critici cinematografici che delirano su “la morte del cinema” o ” la morte del genere western” le quali vengono puntualmente smentite dalla copiosa produzione di film proprio d’autore e western -.  Luttazzi argomenta con estrema chiarezza e nel farlo, ovviamente, parte delle supposizioni che fa Scanzi, in fondo la sua è appunto una “risposta”all’articolo di Scanzi. Luttazzi ricorda al sedicente giornalista che la diminuzione della satira in TV è causata soprattutto da una censura strisciante, a questioni strategiche (in senso politico) e al fatto che in Italia la TV ha un ruolo ancora dominante rispetto ad altri paesi nei quali la satira ha trovato altri spazi e luoghi (molto seguiti) per esprimersi: un esempio su tutti è la rivista satirica (digitale) The Onion. Ma cosa più importante, Luttazzi scrive: “non fai satira per accontentare il tuo pubblico naturale: il pubblico naturale non esiste, e la satira non è consolazione. Inoltre, l’unico nemico della satira è il potere, di cui i bersagli non sono che incarnazioni. Ieri si faceva satira su politica, sesso, religione e morte; e oggi pure. Il problema ce l’ha solo chi si serve della satira per fini partitici, cioè di propaganda”.  E qui non serve alcuna spiegazione…

È la prima volta che vengo usato come un predellino da satirici un po’ in disgrazia, ma tutto sommato non è male

Come si può notare Scanzi persevera nel suo (pre)giudizio che, come scrive perfettamente Luttazzi, ricorda lo stile del necrologio. La stupidità delle valutazioni di Scanzi sta nel credere che l’artista si una sorta di prodotto commerciale e che debba essere giudicato solo in base alla sua visibilità o peggio dal numero di follower che ha su twitter. Ogni cosa nell’universo ha un principiò, un’evoluzione/crescita e una declino seguito dalla morte. Ma paradossalmente proprio l’artista, e più in generale l’arte, sono l’unica “cosa” davvero immortali, eterne. I greci già migliaia di anni fa capirono che per conferire l’immortalità ai loro eroi serviva il racconto, qualcosa che potesse tramandare, ma purtroppo non avevano il cinema. Oggi l’artista è immortale. Totò, Chaplin e tutti gli atri non sono morti. Basta entrare in una sala cinematografica o visionare un DVD ed ecco che come per magia ritornano a vivere.  La loro smateriallizzazione li sottrae dai vincoli e dai limiti delle leggi naturali conferendo loro eternità e immutabilità.  Scrivere “Benigni quel che resta di lui” e affermare che un artista sia in declino solo perchè  la pensa in maniera differente o come è “giusto” (secondo Scanzi) è ridicolo, infanitile . E Scanzi questo giochetto l’ha fatto con molti: Bruce Sprengsteen (genio ma colpevole di essere diventato Obamiano) , David Bowie (“più commerciale che ispirato, malato di bulimia sessuale, furbetto, ribelle e al contempo modaiolo). Nel suo articolo “Che poco di Bono” (misteriosamente scomparso dal Fatto Quotidiano On-line) Scanzi, fra le tante stupidaggini, scrive: “Esistono fuochi indimenticabili, mai però eterni. Prima o poi si spengono. E l’incendiario diventa pompiere. Nessuno, nella musica, incarna questa involuzione piccolo borghese come Bono Vox. Cosa è successo al leader degli U2, alla voce salva degli Anni Ottanta? Dov’è finito il divo tascabile che si tuffava sul pubblico al Live Aid, cantando di domeniche sanguinose e Martin Luther King, desaparecidos e strade senza nome?” Insomma, a noi pare che Luttazzi abbia colto nel segno facendo un ritratto perfetto dello stile Scanziano, specie con la bella e azzeccata metafora del treno e dei vagoni.

lo preferivo quando andava in fissa per Martina Colombari a Barracuda.

Classica offesa gratuita da scolaresca e fuori contesto. E poi quello rancoroso e Luttazzi…

Con consueta hybris, scrive che artisti come Gaber “non hanno alcun bisogno della sua commemorazione commossa”. Cioè: lo decide lui cosa sia lecito e cosa no. Accidenti: quest’uomo ha un ego addirittura superiore al mio.

Luttazzi non ha detto che Scanzi non può scrivere, fare spettacoli utilizzando la fama altrui o giudicare gli altri ma ha solo criticato il metodo ingenuo, stupido e poco professionale perchè poco obbiettivo – qualità che dovrebbe caratterizzare e distinguere un giornalista.

Chiuso nel bunker, Daniele ha forse perso qualche passaggio. Parlando di Benigni, sostiene che solo io ritenga che il referendum “sfasci la Costituzione”. Gli consiglio, tra i tanti, la lettura di Zagrebelsky o Pace. Appena più rilevanti, come costituzionalisti, di tal Daniele Fabbri.

Luttazzi in realtà ha legittimamente criticato il pretestuoso collegamento (a scopo propagandistico) fra una dichiarazione di voto e il prestigio e la carriera (giudicata in declino), di un artista al cui confronto Scanzi non vale nemmeno una pustola del sedere.

Sulla satira Daniele ha sempre avutole idee chiarissime:la satira,in Italia, solo lui. Crozza? “Umpf, lui fa sfottò ”. Sabina? “Naa aa ”. Corrado? “Bravino, però pigro”. Benigni? “Figuriamoci”.

Questi giudizi virgolettati non risultano nell’articolo di Luttazzi e non li abbiamo trovati da nessuna parte.  Mah…

Sulla querelle plagio, Luttazzi propone sempre la solita ricetta tripartita.

Sulla questione plagio non riteniamo sia necessario scrivere o spiegare nulla perchè tanti (troppi) lo hanno fatto e in modo, a nostro giudizio, più che esauriente. Ci limitiamo solo a far notare a Scanzi che Crozza, da lui considerato come L’ultimo dei satiri, è stato più volte accusato anch’egli di scopiazzare in giro (i ragazzi di Spinoza.it, ne sanno qualcosa) tanto che su twitter è nato l’hashtag #copiaeincrozza. Carto la colpa potrebbe essere imputata al suo autore Andrea Zalone, ma poco importa, la faccia ce la mette lui e lui ci guadagna.

Avendo avuto il merito di crescere un pubblico tanto attento quanto esigente, larga parte di quello stesso pubblico non può perdonarlo, perché si è sentita tradita dalla persona che meno di tutti poteva permetterselo. E ora, anche se mai lo ammetterà, Daniele ha terrore che quel pubblico non ci sia più.

Ennesima estrema unzione che però non trova riscontro nella realtà. Scanzi  parla di pubblico (come se lo conoscesse) e di teatro, ma anche in questo caso avrebbe fatto meglio a evitare perchè lui se lo sogna il successo di Luttazzi. Gli spettacoli teatrali di Scanzi, che definire tali è un grande complimento, a stento avrebbero avuto amici e parenti come spettatori se Scanzi non avesse utilizzato/sfruttato la notorietà e il genio di grandi artisti come Gaber e De Andrè.  Spettacoli che in sostanza erano semplici percorsi storico artistici, alquanto didascalici, inframezzati da commenti e/o esibizioni. Il momenti migliori erano quando apparivano gli artisti scomparsi e si materializzavano trasmessi dal proiettore. Gli spettacoli di Luttazzi sono tutt’altra cosa, altra caratura, altra qualità.  Per non parlare della carriera eclettica a poliedrica di Luttazzi. E per quanto riguarda la coerenza, per coloro che amano gli aneddoti ricordiamo l’episodio giovanile dove Luttazzi rifiuta di discutere la tesi in medicina (si, Luttazzi e laureato in medicina) per protesta contro il baronato universitario – cosa che, specie oggi, pochi avrebbero il coraggio/follia di fare.

Caro Daniele, smettila di frignare, scegli ossessioni migliori del sottoscritto, ritrova la tua lucidità antica. Sii meno noioso (e prolisso). E muoviti a tornare a teatro. Ce n’è bisogno.

Ora, se noi fossimo bravi e capaci come Daniele Luttazzi probabilmente riusciremmo a rispondere in modo arguto, ironico e irriverente. Ma dato che siamo “quelli del Fango Quotidiano” rispondiamo con l’unica frase che ci sorge spontanea:  “Ma vaffanculo Scanzi, con tutto il cuore”

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