Tomaso Montanari, il Mujaheddin della sacralizzazione

maxresdefaultMontanari è il paladino del nostro patrimonio artistico. Il suo non è solo un lavoro ma una vera e propria missione importante e necessaria, specie per un paese ricco di arte e cultura come l’Italia. Se, però la tutela e la valorizzazione vengono interpretate nel modo sbagliato o sono condizionate da presunzione e saccenza si rischia di precipitare una sterile sacralizzazione,  in un mero esercizio di protezionismo cieco e addirittura deleterio. Se per proteggere i nostri i nostri figli li tenessimo rinchiusi a vita allo scopo di evitargli sofferenze o contaminazioni nocive non faremmo altro che danneggiarli e rovinargli l’esistenza, e lo stesso avviene per i nostri palazzi, i musei e le opere d’arte. Quando poi la protezione del patrimonio artistico viene confusa e praticata attraverso la strumentalizzazione o influenzata l’avversione politica allora i danni sono incalcolabili. Figure che proteggano il patrimonio artistico, come detto, sono importanti necessarie ma bisogna che queste non solo siano obiettive e svincolate da interessi economici o politici, ma anche che sappiano mediare scientemente fra principi di difesa, rispetto conservazione e fra esigenze turistiche e di mercato.  In un articolo su Repubblica Montanari si scaglia contro la presunta profanazione dei luoghi di cultura per fini turistici, promozionali e commerciali – tema che porta avanti da quasi tutta la sua carriera, come testimoniato dal suo saggio “Le pietre e il popolo”-. In particolare Montanari critica negativamente l’utilizzo del teatro dell’opera di Firenze per ospitare l’anteprima del film “Inferno”, diretto dal Ron Howard e tratto dal omonimo romanzo scritto dal popolare scrittore Dan Brown.

Niente da dire, ovviamente, su chi va a vedere Inferno, o legge Il Codice da Vinci: tutti abbiamo sacrosanto diritto al nostro trash quotidiano.

Questa frase è la tipica espressione della più ovvia e purtroppo frequente ignoranza del classico sedicente intellettuale. La vecchia disputa che vede contrapposte cultura popolare (bassa) a quella accademica (alta) fa venire alla mente altre pretestuose contrapposizioni ideologiche e cariche di pregiudizio come popolo e nobiltà, vecchio e nuovo, sacro e profano, poveri e ricchi e così via. La storia è piena di artisti, scrittori, musicisti considerati popolari (quindi di scarso valore) contrapposti a quelli nobili (di grande valore) e il cinema spesso è stato considerato una forma d’arte popolare, di seconda categoria, meno nobile del teatro o dell’opera lirica. Poi registi come Orson Welles hanno fatto capire che il cinema non ha nulla da invidiare alle altre discipline artistiche. Lo scrittore Jules Verne, considerato dai critici a lui contemporanei come un scrittore di terza categoria (e forse lo era),  quando nel 1865 scrisse “dalla Terra alla luna” venne preso in giro e sbeffeggiato da tutti i sui contemporanei. Peccato che 100 anni dopo quell’ipotesi tanto assurda e considerata impossibile divenne realtà; forse è proprio grazie a persone come Verne e Méliès che l’uomo cerca di realizzare l’impossibile che ha letto e sognato. Ci sono anche forme artistiche che ancora oggi sono discriminate: esempio, per capire e riconoscere il valore dell’arte fumettistica in Italia si è dovuto attendere che lo dicesse un intellettuale influente come Umberto Eco. Fino ad arrivare alla tanto criticata e osteggiata assegnazione del premio nobel al “menestrello” Bob Dylan.

Questi esempi servono solo per far capire che il trash di cui parla Montanari spesso non è così scontato che sia tale, e spesso è frutto più che altro di pregiudizi e ignoranza. Dan Brown probabilmente, (sicuramente) è un autore popolare di non eccelsa qualità letteraria, ma considerarlo con spocchia immondizia sembra un po’ eccessivo. L’intento di uno scrittore popolare come Dan Brown, oltre ovviamente a fare soldi, cosa che desidera ogni scrittore, non è altro che raccontare storie avvincenti ed emozionanti. Anche scrittori come esempio Stephen King o Philip K. Dick, nonostante abbiano capolavori letterari, sono ingiustamente declassati e sottovalutati.

Montanari nel suo articolo scrive:

Quando il potere politico dice ufficialmente che questo è “cultura”, beh, forse abbiamo un problema: e quel problema riguarda la democrazia.

Qui siamo all’assurdo, perchè in pratica Montanari dice che i toscani sono stati obbligati a vedere o partecipare all’anteprima di un film imposto contro la loro volontà. Montanari  parla di democrazia, ma la libertà democratica dovrebbe proprio prevedere la possibilità di fruire di ciò che si vuole o piace, a prescindere dal suo opinabile valore artistico. La democrazia non può e non deve certo impedire o censurare la proiezione di un film perchè considerato di scarso valore… Il romanzo è il film sono ambientati in luoghi storici e meravigliosi di Firenze – città che, nonostante il suo immenso valore artistico, inspiegabilmente ha meno visitatori di Berlino – è ovvio, e non c’è nulla di male, se un romanzo riesce a stimolare le persone a visitarla incentivando il turismo ni luoghi come i giardini di Boboli, Il battistero di San Giovanni, la grotta del Buontalenti, il corridoio vasariano Palazzo Vecchio ecc.  operazione che tra l’altro ha fatto entrare 250.000 euro nelle casse comunali. E’ un sacrilegio affittare ponte vecchio alla Ferrari che ha pagato fior di quattrini? Che male c’è? Se ci passano milioni di turisti, a volte bivaccando con focacce, pizzette e coca-cole, va bene ma se ci passa una ferrari è una sacrilegio?

Ridurre il passato ad uno specchio complottistico e grottesco del presente non è popolare, o democratico: al contrario, è la versione 2.0 della ricreazione che — scriveva don Milani — è fatta «per imbambolarti, e tenerti lontano dalla scuola e dal sindacato.

In questo passaggio si critica la veridicità artefatta dei romanzi di Dan Brown che riducono la storia a mero racconto complottista, una fiction. Anche qui la critica è poco lucida e molto presuntuosa perchè la fedeltà storica e la verità non sono altro che asintoti, curve che tendono allo zero senza mai raggiungerlo. I romanzi avventurosi di Emilio Salgari, così come quelli di scrittori come Wilbur Smith hanno spesso piegato la storia a esigenze drammatico narrative, ma è anche vero che è schiere di turisti hanno scelto di visitare la valle dei Re proprio grazie alla potenza evocativa e la capacità affascinante di storie esotiche che narrano di luoghi misteriosi e leggendari. Un giovane studente viene affascinato dall’archeologia guardando i film con Indiana Jones non certo ascoltando una lezione di Salvatore Settis… Il cinema e la letteratura possono essere dei catalizzatori di grande potenza e utilità. Il celebre film “Amadeus” di Milos Forman è indubbiamente, e volutamente, costruito su un falso storico, su una storia romanzata, ma questo perchè la storia è solo un pretesto che il regista usa per mettere in scena il genio (Mozart) contrapposto al mestiere (Salieri) che lo invidia e ama allo stesso tempo, il tutto in una cornice storica e di costume che definire mirabili è poco. L’artista supera il concetto di verità per poter parlare di altro. Se l’opera dovesse aderire perfettamente alla verità allora ce ne sarebbe soltanto una possibile, le altre potrebbero al massimo essere un remake aggiornato. Saremmo imprigionati in un’ottica Winkelmanniana dove si può solo imitare, copiare la verità.

Montanari in realtà è bloccato su posizioni ideologiche di stampo politico che vedono lo sfruttamento commerciale come il simbolo di una deriva culturale che conduce alla morte dell’arte e della cultura, ma dimentica che tutte le grandi opere, come racconta esempio la bella fiction sui Medici della RAI, sono nate anche da questo. L’opera d’arte spesso è un meraviglioso fiore che nasce dal letame.

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