Travaglio e la cazzata sull’Alfa Romeo

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Nell’editoriale pubblicato sul Fatto Quotidiano del 24 gennaio 2015 Travaglio esordisce scrivendo:

“Dopo aver regalato nel 1987 l’Alfa Romeo alla Fiat a prezzi di saldo, lo Stato nel 1992 prepara un altro gradito dono miliardario al gruppo Agnelli-Romiti”

Ora non esiste cazzata più cazzata di questa, se uno scienziato dicesse che la terra sta al centro dell’universo scandalizzerebbe di meno…

Ma voi lo sapete che noi argomentiamo sempre ciò che affermiamo, quindi,  senza raccontare tutta la lunga storia dell’Alfa Romeo (ci vorrebbe un libro per ogni decennio) e cercando di essere sintetici ma esaurienti, andiamo a vedere perchè quella di Travaglio è una mega-cazzata:

L’Alfo Romeo, dopo il periodo di gloria post bellico che dura per per tutti gli anni 50 e 60 con la produzione di modelli di automobili leggendarie come  la Giulia o come l’Alfasud – leggendaria non solo come auto ma soprattutto perchè rappresenta l’impresa titanica di industrializzazione del sud Italia  –  l’allora presidente Giuseppe Luraghi, l’uomo della rinascita dopo la guerra, credette fortemente nel progetto del sud (contro il parere di Agnelli che invece sosteneva l’inutilità delle industrie al sud) tanto da dichiarare: “al Sud costruiremo un Alfa che non ha nulla di concorrenziale con quelle che costruiamo al Nord, e la chiameremo… ALFASUD.”

Gli anni 70  sono importanti perchè segnano l’inizio della crisi per l’azienda del biscione. 

l’ingerenza politica deborda oltre i confini fino a quel momento rispettati. Detto in breve, due anni più tardi, nel gennaio 1974 Giuseppe Luraghi fu messo in minoranza con una spregiudicata manovra politica e costretto alle dimissioni: era giunto il momento del dominio della politica nelle scelte manageriali con conseguenze disastrose sia dal punto di vista del prodotto che da quello dei risultati finanziari.

A complicare il tutto e a danneggiare l’azienda furono anche i sindacati, oggi tanto cari a Travaglio e alla sinistra nostalgica. Nel caso specifico dell’Alfa le rivendicazioni sindacali sfociarono in vere e proprie “azioni di boicottaggio” della produzione, di arresto della linea di montaggio, dell’uso di strumenti di lotta all’interno delle fabbriche a dir poco “non ortodossi”:  gambizzazioni, rapimenti, intimidazioni e minacce che, con gli occhi di oggi e il senno del poi, hanno il sapore di un vero e proprio autolesionismo.

Ma veniamo al punto cruciale. L’alfa Romeo aveva 700 miliardi di debiti. Andava venduta. Le offerte erano 2: quella della Ford e quella della Fiat.  L’Alfa Romeo era controllata dal gruppo IRI il cui presidente era un certo Romano Prodi.  L’oramai ex presidente Luraghi  in due interviste dichiarò:

“La Ford è potente, ricca, ben radicata in Inghilterra e Germania. Quasi certamente saturerà le produzioni di Arese e di Pomigliano, ma addio Alfa Romeo. La Ford farà delle Ford, anche se userà il nome Alfa”. Ma c’ è altra scelta? E poi questa cessione rientra nella nuova filosofia dell’ IRI, che punta sulle produzioni strategiche e lascia ad altri alimentari ed automobili. “Prodi sarà un onest’ uomo e un bravo professore, ma questa cessione è una vergognosa dichiarazione di incapacità. Ma come? In Italia abbiamo i migliori carrozzieri del mondo, dei motoristi stupendi, degli operai specializzati formidabili e l’IRI non riesce a risanare l’ Alfa”.

fonte

in un’altra intervista disse:

“E’ segno di miopia politica e sindacale preferire la Ford.
I sindacati si fanno illusioni se pensano che la Ford sarà più malleabile della Fiat.
Nonostante gli accordi io credo che alla lunga la Ford finirà per produrre negli stabilimenti Alfa i suoi modelli. E’ inevitabile nei prossimi anni una INTEGRAZIONE della produzione Ford con quelle Alfa.
L’IRI non può disfarsi di una fabbrica di quella importanza ha il dovere di fare uno sforzo finanziario per risanarla .
Se toccasse a me decidere se scegliere Ford o Fiat non avrei dubbi. Sceglierei Fiat per ragioni nazionalistiche e evitare che alla lunga Fiat soccomba nello scontro tra colossi dell’auto.
Mi sembra un salto nel buio questa preferenza che il PCI e i sindacati stanno dando alla Ford. Io sono certo che l’Alfa, sia che finisca sotto Ford sia sotto Fiat verrà sacrificata. Stiamo almeno attenti a non mettere in casa nostra un concorrente troppo forte che può scardinare l’industria Italiana.”

(Senza fonte autorevole)

seguendo la cronologia dei fatti:
– maggio 1986:   l’Alfa Romeo annuncia che esiste una trattativa con il gruppo Americano Ford per la cessione di una parte del proprio capitale;

– 1°ottobre:   la Ford presenta la sua proposta: acquisizione immediata di una quota Alfa limitata al 19.5% (valore:200 miliardi di lire), per tre anni perdite ripartite tra Ford e IRI in base alle rispettive quote, acquisizione della quota di controllo nel 1990 a un prezzo fissato in base ai risultati raggiunti dall’Alfa. L’offerta della casa Americana prevede: impegno a mantenere il marchio del biscione; investimenti per 4000 miliardi di lire e aumento della produzione fino a 400 mila vetture all’anno; esclusione dell’ipotesi di licenziamenti collettivi.

– 7 ottobre:  la Fiat annuncia che avanzerà un’offerta che prevede un accordo tra Lancia e Alfa Romeo entro la fine del mese.

– 15 ottobre:  il presidente della Ford vola a Roma e spiega al presidente del consiglio Bettino Craxi e ai ministri competenti i vantaggi per l’Italia e l’Europa di un accordo Alfa Romeo-Ford.

– 24 ottobre:  Cesare Romiti, amministratore delegato della casa Torinese, presenta ufficialmente la controfferta: Fiat rileva subito il 100% di tutte le attività di Alfa Romeo: pagherà 1050 miliardi di Lire in cinque tranche annuali di 200 miliardi a partire dall’anno in cui Alfa tornerà in utile (data prevista: 1992) e si assume 700 miliardi di lire di debiti della società. La proposta prevede 8000 miliardi di lire di impegno globale, la creazione di una società unica Alfa Lancia, la produzione di 620 mila auto del segmento medio alto a regime, l’eccesso di mano d’opera verrà fronteggiato col turn-over, ma con l’espansione produttiva prevista, tutti i cassintegrati verranno riassorbiti.

– 6 novembre:  FINMECCANICA, la società IRI che controlla Alfa Romeo, si pronuncia a favore della Fiat, il preseidente IRI, Romano Prodi, dichiara: “la proposta Fiat è stata ritenuta vantaggiosa anche alla luce delle valutazioni degli studi specializzati della First Boston Corporation. E’ certo una decisione dolorosa ma inevitabile”.

– 7 novembre:  l’accordo è sulle pagine di tutti i quotidiani. Titolo del “corriere della sera”: “vince Fiat, nasce Alfa-Lancia”. Sul fronte sindacale, si registrano la cautela della FIOM (i metalmeccanici della CGIL) e il compiacimento della CISL e UIL. Giorgio Benvenuto, segretario UIL, sostiene: “è una garanzia per i lavoratori”.

Quindi Travaglio scrive il falso. L’alfa non fu svenduta o regalata ma, per una volta, fu difesa, come tra l’altro era desiderio e volontà del suo presidente onorario. 

Travaglio pubblica le dichiarazioni di un individuo come Giulio Di Donato  che assieme a Pomicino, il liberale De Lorenzo  venne definito viceré e  i tre descritti come i “veri padroni di Napoli per oltre un decennio… fra le tante cose  ha  collezionato 14 o 15 avvisi di garanzia, per calunnia, abuso di ufficio, corruzione, concussione, ricettazione, finanziamento illecito del partito. Addirittura, come riportato dal corriere della sera è arrivato a chiedere il suo arresto a Napolitano per disperazione… come si può anche solo lontanamente pesare che le sue parole siano attendibili?

3 Commenti

  1. Intervista a Giuseppe Luraghi.
    ABANO – “Il vecchio Henry Ford diceva: quando passa un’ Alfa io mi tolgo il cappello. Adesso è l’ Alfa che si toglie il cappello di fronte alla Ford. E’ una grande vergogna. Io mi sento amareggiato, umiliato. C’ è una cultura operaia, una cultura tecnica e manageriale che ha dato tutto all’ Alfa Romeo. E ora la vendono al migliore offerente. Se siamo al meretricio, Ford è un buon cliente”. Giuseppe Luraghi è ad Abano per i fanghi: un po’ di reumatismi, ma è il Luraghi di sempre, concreto, razionale, chiaro, lo stesso che fece la fortuna dell’ Alfa Romeo fino al 1973, quando, per giusto compenso partitocratico, fu messo alla porta dai politici che non avevano bisogno di imprenditori, ma di servitori. “Leggo ogni tanto che il tale è stato mandato in prigione per un furto di qualche milione. E allora con questi che si dovrebbe fare? Fucilarli?”. Questi chi, ingegnere? “Questi politici che hanno fatto perdere all’ Alfa migliaia di miliardi”. Ma chi di preciso? “Vuole qualche nome? Carlo Donat Cattin, nel 1973 ministro del Lavoro, l’ altro ministro alle Partecipazioni statali Gullotti, l’ onorevole De Mita che voleva ad ogni costo una fabbrica Alfa ad Avellino, i dirigenti dell’ Iri di allora Petrilli e Medugno. Son tutti nomi che ho fatto, cose che ho scritto senza che succedesse alcuno scandalo. Del resto non sono tutti impuniti i responsabili dello sperpero di Gioia Tauro?”. Chi sa ingegnere, repetita juvant, dicono. “Si era nel 1973, la vendita delle Alfa andava in crescendo, lo stabilimento di Arese cominciava a starci stretto. Ampliarlo? No, i danni della immigrazione erano già troppo forti. Conveniva fare uno stabilimento al Sud. C’ era l’ area di Pomigliano già fornita di servizi e infrastrutture. Lavorammo come pazzi, in tre anni furono pronti gli stabilimenti e quel gioiello d’ auto che era l’ Alfasud. Eravamo riusciti perfino a preparare il personale usando tutti i centri di addestramento e riqualificazione tra Napoli e Caserta. Insomma avevamo pronti i tubisti, i meccanici, gli elettricisti, eccetera. Stiamo per assumerli quando Donat Cattin blocca tutto. Le assunzioni, dice, le fanno gli uffici di collocamento. Roba da pazzi! Ci mandano pregiudicati, ammalati, gente che abita a cento chilometri da Pomigliano. Non importa, vogliamo partire egualmente, rifaremo la preparazione del personale, ma ecco arrivare il nuovo altolà di Gullotti: “Se non si fa anche uno stabilimento ad Avellino l’ operazione è sospesa”. Scusi ingegnere, negli anni passati ne abbiamo viste di cotte e di crude, ma il 1973 non era l’ anno della crisi petrolifera? e questi politici pretendevano una nuova fabbrica d’ automobile come si trattasse di un’ edicola per giornali o di una licenza per ortolano?. “Nell’ Italia politica di allora – quella di oggi per fortuna non la frequento – c’ era un’ aria da Basso Impero. Corro a Roma all’ Iri da Petrilli e Medugno. Sono perfettamente d’ accordo con me, Avellino è una follia. “Allora direte di no?”, chiedo. Mi rispondono: “Vedi Luraghi, tu sei un gran bravo tecnico, ma non sai come muoverti nel mondo politico. Dì di sì, dì che farai lo stabilimento ad Avellino. Intanto rimandi tutte le operazioni all’ infinito”. Me ne tornai a Milano, offeso più che addolorato. Io credevo nella industrializzazione del Sud e loro mi proponevano un imbroglio. Pensi che essendo entrate in produzione ad Arese le Alfetta, Petrilli mi fece questa proposta: “Perchè il montaggio dell’ Alfetta non lo fai ad Avellino?”. Gli risposi: perchè dovrei licenziare cinquemila operai qui ad Arese e triplicare i costi. Perchè mi chiedi di affossare l’ Alfa”. Che è successo allora ingegnere? “Mi cacciarono. Gettarono nel cestino la proposta che gli avevo fatto in extremis di sospendere le decisioni, in attesa che fossero più chiari gli effetti della crisi petrolifera. Non vollero saperne, i politici volevano l’ Alfa ad Avellino e l’ Alfa ci è andata ad Avellino, a fabbricare quell’ obbrobrio che è l’ Arna”. Ricapitoliamo ingegnere: esce dalla scena Giuseppe Luraghi l’ imprenditore che ha dato all’ Italia qualcosa di simile alla Mercedes, una azienda che fabbrica e vende con profitto auto di prestigio. E i suoi successori che cosa hanno fatto? “Io dico che qualcuno dovrebbe pur rispondere di questa colossale dilapidazione. In quindici anni non hanno tirato fuori un solo tipo nuovo d’ automobile. Non uno. La “33” è una copia dell’ Alfasud, la serie della “75” copia dell’ Alfetta. Come a dire che il programma Alfa è stato questo: declino fino a completa consumazione. Come fa una azienda che vive su progetti avanzati, sulle ricerche avanzate, a stare quindici anni senza produrre niente di nuovo?”. Eppure ingegnere i suoi successori dicevano che i conti tornavano al pareggio. “Gli ignobili trucchi di bilancio fatti in questi quindici anni non si contano. Hanno liquidato tutta la rete di distribuzione e di assistenza, una rete stupenda che copriva Stati Uniti, Francia, Germania, Inghilterra e Italia. Sa perchè? Per vendere a mille ciò che nel bilancio era segnato cento. Per aggiustare i conti anche a costo di affossare l’ azienda”. I suoi successori si sono difesi dicendo che la potenzialità dell’ Alfa era esagerata, che mancava un mercato per le 400 mila auto prodotte ad Arese e a Pomigliano. “Ma non dicano idiozie: l’ Audi vende 350 mila vetture, la Mercedes 500 mila, la Bmw 420 mila, la Volvo 380 mila. Il mercato c’ è, solo che bisogna saper produrre e vendere”. Luraghi, cosa ne pensa della proposta Ford? “La Ford è potente, ricca, ben radicata in Inghilterra e Germania. Quasi certamente saturerà le produzioni di Arese e di Pomigliano, ma addio Alfa Romeo. La Ford farà delle Ford, anche se userà il nome Alfa”. Ma c’ è altra scelta? E poi questa cessione rientra nella nuova filosofia dell’ Iri, che punta sulle produzioni strategiche e lascia ad altri alimentari ed automobili. “Prodi sarà un onest’ uomo e un bravo professore, ma questa cessione è una vergognosa dichiarazione di incapacità. Ma come? In Italia abbiamo i migliori carrozzieri del mondo, dei motoristi stupendi, degli operai specializzati formidabili e l’ Iri non riesce a risanare l’ Alfa”. Ingegnere, che farà la Fiat? Lei pensa che la Fiat lascerà fare? “Sa che l’ Alfa e la Fiat dovevano sposarsi quando ci fu la crisi della Lancia? Valletta mi incontrò e mi fece questa proposta: prendiamo assieme la Lancia e ci dividiamo il mercato; la Fiat produce le auto di massa, la Lancia le ministeriali e l’ Alfa le sportive. L’ accordo era già pronto quando lo stato maggiore Fiat riuscì a silurarlo”. Ma crede che l’ accordo con la Ford passerà? “Spero di no. Non per sentimentalismo o per nazionalismo. Ma per questa precisa ragione: il prodotto Alfa era un simbolo, una bandiera dei talenti italiani. E’ davvero il caso di svenderlo?”.
    GIORGIO BOCCA

  2. Intervista ad Enrico Sala
    «La morte dell’ Alfa Romeo, il calvario di Arese, sono cominciati nel 1973». Non ha dubbi Enrico Sala, 75 anni, ex direttore commerciale dell’ Alfa Romeo, in fabbrica dal ‘ 55 all’ 80. Genero di Guseppe Luraghi (lui e Liliana Luraghi si sposarono nel ‘ 54) il mitico presidente della casa del biscione negli anni del miracolo economico, Sala è in grado di raccontare da vicino una storia che ha segnato il destino dell’ azienda. Dottor Sala come mai l’ Alfa sarebbe morta nel ‘ 73? Cosa accadde in quell’ anno? «Tutto iniziò il 7 agosto. Luraghi era a Madonna di Campiglio quando mi raccontò di aver ricevuto una strana telefonata dalla Finmeccanica, il nostro azionista». Un’ azionista pubblico, non è vero? «Sì, e come vedremo non si trattava di un dettaglio. A ogni modo la Finmeccanica disse a Luraghi che il Cipe aveva bocciato il nostro piano industriale che prevedeva 112 miliardi di investimenti ad Arese per il potenziamento della verniciatura. Luraghi mi disse: “è molto strano. Non riesco a capire il perché di questa cosa”». E poi scopriste cosa stava accadendo? «Altroché! Intanto quel “no” era la bocciatura dell’ ampliamento di Arese: un errore grande così perché minava l’ economicità dell’ impianto. Ma in realtà si trattava semplicemente di un pretesto per affermare degli interessi politici. Come è raccontato nel libro di Rinaldo Gianola dedicato a Luraghi il siluro ad Arese arrivava da Ciriaco De Mita e Nino Gullotti, allora ministro delle Partecipazioni Statali». Cosa c’ entra De Mita? «De Mita e Gullotti volevano che l’ Alfa Romeo costruisse uno stabilimento nella zona di Avellino (la provincia di De Mita ndr) dove trasferire la produzione dell’ Alfetta. Si trattava di una follia: spostare 70 mila vetture da Arese ad Avellino voleva dire perdere un mucchio soldi. E condannare la fabbrica milanese a lavorare in perdita». Non è che il Cipe voleva semplicemente evitare un buco nei bilanci del’ Alfa? «Dal ‘ 61, l’ anno in cui Giuseppe Luraghi arrivò alla presidenza dell’ Alfa fino al ‘ 72 i bilanci furono sempre in attivo. E questo nonostante si facessero forti investimenti e robusti ammortamenti. Anche l’ Alfasud di Pomigliano fu un successo. Nel ‘ 73 l’ Alfa produceva 200 mila vetture, più della Bmw che ne produceva 182 mila». Ci furono altri segnali dei desideri dei politici? «Fu lo stesso Gullotti a dire a Luraghi che bisognava costruire un nuovo stabilimento in provincia di Avellino. Mentre il presidente dell’ Iri Giuseppe Petrilli e i vertici della Finmeccanica cercavano di convincerlo a dirsi d’ accordo con la costruzione della fabbrica in Irpinia. E poi a temporeggiare senza prendere impegni sui tempi del progetto». Perché Luraghi non accettò il compromesso? «Era convinto che in questo modo, come era già avvenuto per il centro siderurgico mai costruito di Gioia Tauro, si sarebbero create delle aspettative irrealizzabili nel Mezzogiorno». Come andò a finire? «Luraghi si rivolse a Fanfani spiegandogli le irragionevoli richieste dei politici che avrebbero portato l’ Alfa alla rovina. Allora Fanfani prese il telefono e chiamò Gullotti davanti a Luraghi. Gullotti disse che tutto dipendeva dall’ Iri di Petrilli che voleva costruire la fabbrica in Irpinia. Fanfani riattaccò e chiamò Petrilli che rispose addossando tutte le responsabilità su Gullotti… Fu uno squallido scaricabarili». Intanto nel novembre del 1973 si consumava la guerra del Kippur con la crisi energetica e le domeniche a piedi. «In quella situazione la fabbrica ad Avellino sarebbe stata una follia. Comunque a gennaio del ’74 ci fu l’ imboscata in consiglio di amministrazione: sette consiglieri fedeli alla Finmeccanica si dimisero a sorpresa estromettendo poi Luraghi dalla presidenza». Insomma, per lei Sala la morte dell’ Alfa e lo smantellamento di Arese cominciano in quei giorni. Perché? «Insieme a Luraghi se ne andò quasi tutta la squadra: una ventina di dirigenti molto bravi e coesi che sarebbero stati sostituiti poco a poco da un nuovo management politicizzato, attento a non scontentare i partiti. Da allora l’ Alfa Romeo cominciò a perdere sempre di più fino alla vendita alla Fiat». E poi si costruì anche lo stabilimento di Avellino, non è vero? «Si, ma venne costruito dopo un decennio per produrre l’ Alfa Nissan. Fu un disastro: invece di 50 mila auto all’ anno ne vennero fabbricate 23 mila. E dopo un paio d’ anni la fabbrica venne chiusa. Per forza: la Nissan ci aveva dato la Cherry, una brutta auto che in Giappone non era più in produzione». E della vendita alla Fat cosa ne pensa? «Io ero favorevole alla Ford. Pensavo che in questo modo l’ Alfa Romeo sarebbe diventata il marchio sportivo della Ford e che in questo modo avremmo salvato Arese e le altre fabbriche. Luraghi, no, lui preferiva la Fiat». Perché? «Luraghi temeva che con la vendita alla Ford sarebbe successo quello che sta accadendo in questi giorni. E cioè la fine dell’ industria automobilistica nazionale e l’ arrivo degli stranieri. Se penso che la Fiat ha comprato l’ Alfa nel 1987 per soli 1.050 miliardi a tasso zero pagati in cinque anni a partire dal 1992… è stato un regalo: ci pensa? Ai tassi di quegli anni». – GIORGIO LONARDI

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